Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. (1Pt 3, 15)
In queste ultime settimane sento il mio cuore pieno di speranza, e mi sono spesso chiesta: qual è, davvero, la ragione di questa speranza? Non è ottimismo, non è il semplice pensare che andrà tutto bene: è qualcosa di più, e mi sono venute in mente queste due parole per provare a raccontarlo: luce e libertà.
Una luce che guida, che orienta il cammino, per cui anche se non riesco a vedere tutta la strada, posso poggiare il piede al sicuro per fare il prossimo passo. È credere a queste parole:
Se cammino in mezzo alla sventura tu mi ridoni vita. Il Signore completerà per me l'opera sua. (Sal 137, 7a.8a)
Quanto vi costa fare il prossimo passo senza vedere tutta la strada che avete davanti? Cosa vi aiuta a fidarvi comunque?
Conosco bene, però, anche il suo opposto: quell'ansia che si espande come un gas, fino a occupare tutto lo spazio disponibile nella mia mente, quando c'è una situazione che mi preoccupa o una decisione da prendere e voglio vedere tutta la strada prima di muovere un passo. Decidere in condizioni di incertezza mi disorienta completamente: è come se lanciassi ogni possibile scenario che potrebbe derivare da quel primo passo, cercando di vederli tutti prima ancora di partire. E non riesco a vedere altro, finché non ne vengo a capo. È lo stesso ladro di cui parlavo nello scorso post: lo stesso bisogno di certezze, la stessa agitazione. Mi costa moltissima fatica aprire quella mano chiusa che stringe le mie "certezze" e lasciarle andare, rinunciare al bisogno di vedere o di sapere, per accettare di camminare al ritmo di Dio, un passo alla volta. Eppure il Signore, in questi momenti, mi ripete:
Tu continua soltanto ad avere fede (Mc 5, 36)
Se Abramo, che ha sperato contro ogni speranza, avesse cercato un segno, qualcosa che avesse potuto dargli certezza, di certo non l'avrebbe trovato. Ma si è affidato, ha creduto e ha accolto la Parola del Signore nella propria vita.
Ed è proprio in quell'aprire la mano che vedo la seconda parola che associo alla speranza: la libertà. Perché voler vedere tutta la strada, alla fine, non mi dava speranza: mi teneva prigioniera, mi faceva ricadere ogni volta nella stessa paura, mentre San Paolo ci ricorda:
E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura. (Rm 8, 15)
Quando non riuscite a mollare la presa, cosa vi tiene ancora prigionieri? Cosa potrebbe cambiare, invece, se provaste ad aprire la mano?
In fondo il punto era proprio questo: io non vivevo la speranza, cercavo certezze. E restavo schiava di quel bisogno ogni volta che non le trovavo, o quando i "segni" che cercavo andavano in senso opposto alle mie aspettative.
Eppure la speranza rimane un dono tanto prezioso quanto fragile, che può scomparire con un "ormai": ormai è tardi, ormai non cambia niente, ormai so già come va a finire.
Mi è successo proprio mentre scrivevo questo post. Stamattina mi sono svegliata spenta, triste, quasi senza speranza, e ho cominciato a dubitare di tutto quello che avevo scritto e pregato nei giorni scorsi: forse non era davvero frutto dello Spirito, forse me la stavo raccontando, forse ero di nuovo io al centro, che attribuivo al Signore l'ispirazione dei miei pensieri, sentendomi in questo forte e determinata. Volevo vedere, ancora una volta, invece di credere senza vedere. Poi sono andata a messa. Oggi è la Festa dell'Esaltazione della Santa Croce, e ho ascoltato queste parole:
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (Gv 3, 14-15)
Tenere lo sguardo fisso su di Lui, perché chiunque creda in Lui abbia la vita eterna: ecco la fonte della Speranza. Non un segno nuovo, non una prova in più: solo lo sguardo, rivolto di nuovo a Lui invece che a me stessa, ai miei dubbi e alle mie angosce. E mi è tornato in mente proprio il versetto di Pietro con cui ho aperto questo post, che avevo meditato nei giorni precedenti: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori. Piano piano il cuore si è riempito di nuovo di speranza, non perché avessi trovato certezze da stringere, ma perché avevo aperto la mano e smesso di cercarne.
Qualche giorno fa, durante un'omelia, il parroco ha detto: "La Parola che tu annunci deve prima passare dal tuo cuore". L'esperienza di oggi mi ha fatto comprendere quanto questo sia importante e quanto possa fare la differenza. I passi che avevo trovato li avevo pregati, sì, nei giorni scorsi, ma non li avevo ancora incarnati. Stamattina, invece, la Parola è passata dal mio cuore, si è fatta carne, è diventata vita.
Come facciamo, allora, ad allontanare quell'"ormai" così distruttivo della speranza dai nostri pensieri e, soprattutto, dal nostro cuore? Non cercando evidenze, perché ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? (Rm 8, 24). Eppure, nella speranza noi siamo stati salvati. Ed è proprio quello che celebriamo nella festa di oggi, guardando alla croce come segno tangibile di Amore e di Speranza della Vita che ha sconfitto la morte.
La speranza, per me, non è credere che quello che desidero si realizzerà, quanto piuttosto sapere che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8, 28), anche quando quel bene ha una forma diversa da quella che avevo immaginato. Ed è proprio lì che sento lo Spirito venirmi in aiuto (cfr. Rm 8, 26-27): per illuminare non la strada che voglio vedere io, ma i prossimi passi lungo la Sua strada, per desiderare quello che il Signore sa essere il mio bene.
Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. (Ger 29, 11)
Quale "ormai" state portando avanti, in questo momento? E se proprio oggi provaste a fare il prossimo passo, anche senza vedere tutta la strada?
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