lunedì 14 settembre 2026

Apriamo la mano alla speranza

Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. (1Pt 3, 15)

In queste ultime settimane sento il mio cuore pieno di speranza, e mi sono spesso chiesta: qual è, davvero, la ragione di questa speranza? Non è ottimismo, non è il semplice pensare che andrà tutto bene: è qualcosa di più, e mi sono venute in mente queste due parole per provare a raccontarlo: luce e libertà.

Una luce che guida, che orienta il cammino, per cui anche se non riesco a vedere tutta la strada, posso poggiare il piede al sicuro per fare il prossimo passo. È credere a queste parole:

Se cammino in mezzo alla sventura tu mi ridoni vita. Il Signore completerà per me l'opera sua. (Sal 137, 7a.8a)

Quanto vi costa fare il prossimo passo senza vedere tutta la strada che avete davanti? Cosa vi aiuta a fidarvi comunque?

Conosco bene, però, anche il suo opposto: quell'ansia che si espande come un gas, fino a occupare tutto lo spazio disponibile nella mia mente, quando c'è una situazione che mi preoccupa o una decisione da prendere e voglio vedere tutta la strada prima di muovere un passo. Decidere in condizioni di incertezza mi disorienta completamente: è come se lanciassi ogni possibile scenario che potrebbe derivare da quel primo passo, cercando di vederli tutti prima ancora di partire. E non riesco a vedere altro, finché non ne vengo a capo. È lo stesso ladro di cui parlavo nello scorso post: lo stesso bisogno di certezze, la stessa agitazione. Mi costa moltissima fatica aprire quella mano chiusa che stringe le mie "certezze" e lasciarle andare, rinunciare al bisogno di vedere o di sapere, per accettare di camminare al ritmo di Dio, un passo alla volta. Eppure il Signore, in questi momenti, mi ripete:

Tu continua soltanto ad avere fede (Mc 5, 36)

Se Abramo, che ha sperato contro ogni speranza, avesse cercato un segno, qualcosa che avesse potuto dargli certezza, di certo non l'avrebbe trovato. Ma si è affidato, ha creduto e ha accolto la Parola del Signore nella propria vita. 

Ed è proprio in quell'aprire la mano che vedo la seconda parola che associo alla speranza: la libertà. Perché voler vedere tutta la strada, alla fine, non mi dava speranza: mi teneva prigioniera, mi faceva ricadere ogni volta nella stessa paura, mentre San Paolo ci ricorda:

E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura. (Rm 8, 15)

Quando non riuscite a mollare la presa, cosa vi tiene ancora prigionieri? Cosa potrebbe cambiare, invece, se provaste ad aprire la mano?

In fondo il punto era proprio questo: io non vivevo la speranza, cercavo certezze. E restavo schiava di quel bisogno ogni volta che non le trovavo, o quando i "segni" che cercavo andavano in senso opposto alle mie aspettative.

Eppure la speranza rimane un dono tanto prezioso quanto fragile, che può scomparire con un "ormai": ormai è tardi, ormai non cambia niente, ormai so già come va a finire.

Mi è successo proprio mentre scrivevo questo post. Stamattina mi sono svegliata spenta, triste, quasi senza speranza, e ho cominciato a dubitare di tutto quello che avevo scritto e pregato nei giorni scorsi: forse non era davvero frutto dello Spirito, forse me la stavo raccontando, forse ero di nuovo io al centro, che attribuivo al Signore l'ispirazione dei miei pensieri, sentendomi in questo forte e determinata. Volevo vedere, ancora una volta, invece di credere senza vedere. Poi sono andata a messa. Oggi è la Festa dell'Esaltazione della Santa Croce, e ho ascoltato queste parole:

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (Gv 3, 14-15)

Tenere lo sguardo fisso su di Lui, perché chiunque creda in Lui abbia la vita eterna: ecco la fonte della Speranza. Non un segno nuovo, non una prova in più: solo lo sguardo, rivolto di nuovo a Lui invece che a me stessa, ai miei dubbi e alle mie angosce. E mi è tornato in mente proprio il versetto di Pietro con cui ho aperto questo post, che avevo meditato nei giorni precedenti: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori. Piano piano il cuore si è riempito di nuovo di speranza, non perché avessi trovato certezze da stringere, ma perché avevo aperto la mano e smesso di cercarne.

Qualche giorno fa, durante un'omelia, il parroco ha detto: "La Parola che tu annunci deve prima passare dal tuo cuore". L'esperienza di oggi mi ha fatto comprendere quanto questo sia importante e quanto possa fare la differenza. I passi che avevo trovato li avevo pregati, sì, nei giorni scorsi, ma non li avevo ancora incarnati. Stamattina, invece, la Parola è passata dal mio cuore, si è fatta carne, è diventata vita.

Come facciamo, allora, ad allontanare quell'"ormai" così distruttivo della speranza dai nostri pensieri e, soprattutto, dal nostro cuore? Non cercando evidenze, perché ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? (Rm 8, 24). Eppure, nella speranza noi siamo stati salvati. Ed è proprio quello che celebriamo nella festa di oggi, guardando alla croce come segno tangibile di Amore e di Speranza della Vita che ha sconfitto la morte.

La speranza, per me, non è credere che quello che desidero si realizzerà, quanto piuttosto sapere che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8, 28), anche quando quel bene ha una forma diversa da quella che avevo immaginato. Ed è proprio lì che sento lo Spirito venirmi in aiuto (cfr. Rm 8, 26-27): per illuminare non la strada che voglio vedere io, ma i prossimi passi lungo la Sua strada, per desiderare quello che il Signore sa essere il mio bene.

Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. (Ger 29, 11)

Quale "ormai" state portando avanti, in questo momento? E se proprio oggi provaste a fare il prossimo passo, anche senza vedere tutta la strada?

domenica 6 settembre 2026

Il tempo che torna a riempirsi

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. (Gv 10, 10) 

Oggi voglio cominciare subito con una prima domanda che mi ha suscitato questo versetto. Che cosa significa per voi vivere una vita "abbondante"? E se non stiamo facendo esperienza di vivere una vita così, quali sono i ladri che ce la stanno portando via?

Mi sono soffermata a lungo a riflettere su questa domanda, che ancora mi interroga. Così, ho individuato almeno tre ladri nella mia vita:

  • l'ansia che mi porta a ricercare ossessivamente di costruirmi delle certezze e a voler sistemare tutto sin nel minimo dettaglio per essere sicura di avere tutto sotto controllo e che non mi sia sfuggito niente. È qualcosa che — anche se, mentre la vivo, non me ne accorgo — mi toglie il respiro, perché mi spinge ad attaccarmi a delle cose, anche piccole, anche di nessuna importanza, con l'illusione che, se le lasciassi andare, sarei persa. È un ladro subdolo, perché mi illude che sia l'unica strada per arrivare alla vita che desidero, e invece me la toglie poco a poco.
  • il voler fare tutto io, tutto da sola, anche quando non ce la faccio, anche quando mi mancano le energie, perché non posso permettermi di mollare, altrimenti chissà che succede.
  • il tempo... quello che sfugge sempre da ogni parte, quello che arrivi alla fine di una giornata e ti chiedi: ma che ho fatto oggi? Quello che ti distrai un attimo e l'estate è già finita! E quest'anno chissà... forse non siamo neppure così dispiaciuti, visto il caldo infinito... per il quale ho più volte pensato di trasferirmi in Antartide con i pinguini!

Sui primi due punti magari ci tornerò un'altra volta. Oggi, invece, vorrei fermarmi sul terzo, perché è quello che mi ha sorpresa di più in queste settimane. 

Ormai siamo entrati a pieno ritmo nel mese di settembre e le ferie estive, per chi ha potuto trascorrerle staccando dal lavoro e dalla routine quotidiana, sembrano già un lontano ricordo.

Come le avete vissute quest'anno? Siete riusciti ad assaporarle appieno o sono volate in un batter d'occhio e senza che ve ne accorgeste? 

Io ci pensavo proprio in questi giorni... all'inizio di agosto ho trascorso una settimana di esercizi spirituali in silenzio e, se guardo al tempo trascorso da allora, mi sembra... "pieno", quasi come se non fosse possibile che sia passato appena un mese! Eppure non è che abbia fatto "tante" cose. Quando mi sono accorta di questa sensazione, ho provato un grande stupore!

Per me che ho sempre avuto la sensazione che il tempo mi sfuggisse di mano senza che mi accorgessi dove fosse finito, è stata davvero un'esperienza strana... si usa dire che il tempo vola quando si sta bene, mentre non passa mai quando ci si annoia. Ma non è assolutamente questa la sensazione che ho in questi giorni, tutt'altro: se penso all'ultimo mese, mi sembra essere "durato" molto di più delle cinque settimane trascorse da quando sono partita per iniziare gli esercizi spirituali. E non perché la settimana di esercizi mi sembri ormai un lontano ricordo, non perché sembra che sia trascorso molto più tempo, ma perché è come se il tempo si fosse dilatato, si fosse espanso... quasi non credo di essere io a scrivere queste cose, forse neppure credevo potesse essere possibile fare un'esperienza del genere quasi senza aver fatto niente. Per dirlo con una parola, la sensazione che ho è che il tempo si sia "riempito", che mi abbia donato una vita piena... è questa, forse, la vita in abbondanza che il Signore ci promette? E cosa posso fare per far sì che questa esperienza non passi?

I ladri, infatti, non demordono facilmente: so che il tempo potrebbe tornare a sfuggirmi già domani. Ma se ripenso a queste settimane, un filo lo riconosco: lo spazio, piccolo ma pressoché quotidiano, che sto custodendo per la preghiera. Non riesco a spiegarmi come, ma è come se quel tempo trascorso con il Signore non me ne togliesse altro, anzi: è come se lo riempisse di valore e rendesse più leggero anche il resto! Come se la spesa, il lavoro, le commissioni da fare non mi assorbissero più tutte quelle energie che, di solito, invece, mi lasciano esausta e con quella sensazione di "non aver vissuto". Custodire quello spazio, giorno dopo giorno, potrebbe essere la forza che mi aiuta a tener lontano il ladro di tempo.

Purtroppo questi ladri sono diventati così "di casa", che quasi non mi rendo conto di quello che mi stanno portando via... Così mi sono chiesta: da cosa mi accorgo che sono venuti i ladri? Cosa mi manca per cui non sto più vivendo una vita in abbondanza? 

Mi è venuto in aiuto San Paolo: 

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22) 

Quando ho quella sensazione di non aver vissuto, che il tempo sia passato "senza di me", provo generalmente tensione, agitazione, insofferenza... e se penso di dover fare tutto io, non lascio il posto allo Spirito — quasi gli dicessi: "Magari ripassa più tardi, non ho tempo ora per fermarmi ad ascoltare il tuo sussurro". Così questi frutti richiamati da San Paolo diventano per me un riferimento per capire se mi sto davvero lasciando attraversare dallo Spirito... 

Quali sono, per voi, i segnali che i ladri sono già entrati? Quella tensione, quell'agitazione, quell'insofferenza che a volte non sappiamo nemmeno spiegarci? Oppure cos'altro? E cosa potete fare per riconoscerli in tempo, prima che vi portino via ancora un pezzo di vita?

mercoledì 19 agosto 2026

La gioia che non si spegne

State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. (1Ts 5, 16-21)

Durante gli esercizi spirituali a cui ho partecipato all'inizio di agosto, a un certo punto ci è stato chiesto: quale Parola vorreste che gli altri vedessero in voi? Lo Spirito mi ha suggerito questo passo di San Paolo. Non ho avuto neppure un attimo di esitazione: quello che volevo mostrare, testimoniare, era la gioia del Vangelo. In quei giorni stavo sperimentando in prima persona quanto l'Amore del Signore potesse trasformare ogni cosa - ogni ferita, ogni sofferenza - in un'esperienza di benedizione e di grazia, e non potevo tacere questa condivisione. Mi dicevo: chissà quanti, proprio ora, sono nel pianto e potrebbero aver bisogno di vedere questa speranza. Ecco perché dovevo rendere testimonianza. E forse è per questo che ho scelto di scrivere un post su questo tema.

Perché possiamo essere lieti, davvero, sempre? Perché il Signore, con la sua resurrezione, ha vinto la morte ed è questo il lieto annuncio che siamo chiamati a testimoniare:

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. (Rm 6, 8-9)

Non è una gioia che dipende da come va la giornata. È una gioia che va oltre, una gioia che ha già vinto, una volta per tutte. 

Ultimamente, guidando, mi capita spesso di imbattermi in qualcuno che, spazientito dal caldo, taglia la strada o inchioda all'ultimo, magari distratto dal cellulare. Il mio istinto è quasi sempre lo stesso: strombazzare, quasi per redarguirlo. Ma in questi giorni mi sono fermata a pensare che, così facendo, non faccio altro che perpetuare la stessa prepotenza — con l'aggravante di sentirmi anche nel giusto. In fondo, cosa ci perdo a lasciarlo passare? Il suo atteggiamento non cambierà certo per un colpo di clacson in più; cambierà invece la mia giornata, un po' più avvelenata da quel colpo di clacson.

Quanto poco ci vuole, a volte, a incrinare qualcosa dentro di noi al punto da riversarlo sul primo che ci capita a tiro — e forse basterebbe altrettanto poco per fare la differenza opposta. Rivolgere un sorriso a una persona, anche a uno sconosciuto incrociato al supermercato o in fila alla posta, può fare la differenza: non sappiamo cosa stia vivendo chi abbiamo davanti, e accoglierlo con gioia magari può cambiare tutto, o può quantomeno alleggerirgli qualche minuto della sua giornata.

Nietzsche coglieva proprio questo punto:

I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro Redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno)

E aveva ragione! Che testimonianza posso dare della mia fede se poi, quando incrocio qualcuno per strada, sfogo su quella persona tutte le frustrazioni e le sofferenze che mi porto dentro? 

Quando incrociate qualcuno domani, uscendo di casa, cosa vorreste ricevere da lui? E voi, cosa gli state davvero portando?

Noi, invece, siamo chiamati alla gioia! Questo, naturalmente, non vuol dire che non vivremo mai il dolore e la sofferenza, nè che dobbiamo ignorarli o far finta che non esistano, ma possiamo scegliere se attraversarli o lasciarci possedere da quel dolore. Cristo ha vinto la morte, e non solo per se stesso: per ciascuno di noi. Ecco perché San Paolo ci esorta:

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4, 4-7)

Quando vivo un dolore, può sembrarmi insormontabile, ma il Signore è vicino! Non devo portare quel dolore da sola: posso dividerlo con Lui, posso metterlo nelle Sue mani, e Lui custodirà il mio cuore e i miei pensieri, donandomi pace.

Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. (Gv 16, 24)

Affidiamoci al Signore, perché in Lui troveremo una gioia piena.

E allora, di fronte a questa grazia, come potremmo non essere felici? Essere cristiani vuol dire annunciare il Vangelo, portare a tutti questo lieto annuncio di risurrezione e di vita eterna. Queste mattine, quando esco per andare al lavoro, mi chiedo: come potrei essere testimone credibile, se io per prima non riesco a percepire e a incarnare questa gioia?

In passato mi è capitato spesso di lasciarmi prendere da preoccupazioni e ansie per il futuro o da nostalgia per periodi passati, e non mi rendevo conto che non stavo vivendo l'oggi, non vedevo quello che il momento presente mi stava offrendo. A questo proposito, il filosofo tedesco Kierkegaard diceva: 

Che cos'è la gioia, che cos'è l'essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l'essere davvero presenti a se stessi è questo "oggi", è essere oggi, essere davvero oggi. [...] La gioia è il tempo presente con tutta l'enfasi su: il tempo presente. (S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo)

Quanto è vero! Ed ecco perché ho deciso che il mio proposito è quello di vivere pienamente il presente, senza lasciare che passi indifferente, invano; cerco di impegnarmi perché abbia un valore, anche piccolo, prestando attenzione alle persone che incontro, a quello che mi circonda, lasciando spazio alla contemplazione e allo stupore, perché mi attraversino senza lasciarmi indifferente, e alla fine della giornata rendo grazie al Signore per il dono della vita e per il pane quotidiano che mi ha donato.

Quanto della vostra giornata di oggi avete davvero vissuto, invece di lasciarlo semplicemente passare?

E se manteniamo uno sguardo attento all'essenziale, possiamo riconoscere nel momento presente un kairós, quel tempo particolare che è più del tempo che scorre e basta (chronos): è il tempo dell'occasione, un tempo di grazia in cui Dio viene a visitarci e noi abbiamo la possibilità e l'opportunità di accoglierlo adesso, nella nostra quotidianità, insieme alle persone che incontriamo sul nostro cammino. Non è un tempo qualunque che si può rimandare a domani: è un qui e ora che non può essere dilazionato.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza. (2Cor 6, 2)

Questo momento favorevole è anche quello di cui si parla nel Vangelo di qualche giorno fa:

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose: trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. (Mt 13, 44-46)

Mentre lo ascoltavo, mi immaginavo proprio la scena di quest'uomo che, pieno di gioia per il tesoro che ha trovato, senza esitare, magari saltellando per la strada, va, vende tutto e compra quel campo. Ha scoperto il senso, ha trovato qualcosa per cui vale la pena lasciare tutto per vivere per quel tesoro che può rendere la sua vita piena. E anche il mercante... è alla ricerca di perle preziose; in questa sua ricerca, che non sappiamo da quanto andasse avanti, ecco che inaspettatamente trova una perla di grande valore. Così anche lui, va, vende tutto e la compra.

Nessuno di questi due personaggi si mette lì a fare conti o valutazioni sulla scelta più opportuna da fare. Sono entrambi sicuri, non hanno esitazione, hanno trovato - chi forse inaspettatamente, chi durante una ricerca magari anche lunga e faticosa - quello per cui valga la pena vivere.

Certo, riconoscere il vero tesoro non è semplice: richiede quello sguardo attento per esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Ma quando lo riconosciamo davvero, non è più tempo di calcoli.

Per cosa siamo disposti, senza esitare e pieni di gioia, ad andare e vendere tutto?

mercoledì 12 agosto 2026

Il chicco deve morire per moltiplicarsi

Sono passati davvero molti anni da quando ho scritto qui l'ultima volta. Questo blog è sempre rimasto nel mio cuore, ma si sa la vita com'è: cambiano tante cose, si va avanti... e questo spazio è rimasto in un angolo. Qualche volta mi veniva in mente qualcosa da scrivere, ma poi mi sembravano messaggi troppo semplici, forse non ancora abbastanza pregati, frutto più dei miei pensieri che dell'ispirazione dello Spirito Santo.

Eppure, oggi ho deciso di tornare a scrivere, non perché mi senta più pronta di allora, ma perché qualcosa, in questi giorni, mi ha spinta a farlo. E ho imparato — o forse sto ancora imparando — che il Signore fa affidamento su di noi proprio nella nostra imperfezione, nei nostri dubbi, mentre ancora siamo in cammino. 

Ecco ora il momento favorevole! (2Cor 6, 2) 

All'inizio di questo mese mi sono presa una pausa. Non le solite vacanze: una settimana di silenzio, di preghiera, con la Parola del Signore. Non scrivo questo per raccontarvi cosa ho "fatto" — perché in realtà quello che conta non è quello che ho fatto io, ma quello che è successo a me, e che forse può parlare anche a voi, indipendentemente dal fatto che siate credenti, in ricerca, o semplicemente curiosi di che cosa possa significare, oggi, "avere una vocazione", vivere una chiamata.

Provo a raccontarlo non come un traguardo raggiunto, ma come una serie di domande che si sono affacciate al mio cuore nella preghiera e che rilancio a chi legge.

Ti fidi di chi ti parla?

La prima cosa che mi è stato chiesto di fare, prima di qualsiasi altra, è stata semplicemente ascoltare: "Fidati di me, non temere: sono io che ti sto parlando." Non "fai", non "cambia" — fidati. Quando non so che pesci prendere e mi sento smarrita, la mia reazione istintiva è agitarmi e voler fare subito qualcosa: lasciar fare a Lui, restare ferma, è per me una sfida enorme. Mi sono resa conto di quanto la fiducia vera, quella che si traduce in un gesto concreto, come quella di Pietro, sia in fondo rara e così difficile da attuare:

Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. (Lc 5, 5)

Fidarsi non è un sentimento: è un rischio che ci si prende.

C'è qualcosa, in questo periodo, che sentite chiamarvi a un atto di fiducia che va oltre la vostra logica?

Che ritmo hai?

Poi è arrivata una parola scomoda: "Non correre, sii paziente". Una cosa quasi ovvia da associare alla partecipazione ad un ritiro, specie di una settimana. Ma mi ha fatto vedere quanto, nella vita di ogni giorno, io dia per scontate tante cose: le persone, le giornate, anche le piccole cose belle che vivo nel quotidiano — un profumo mentre attraverso la strada, un fiore nuovo che è sbocciato... E quanto raramente mi fermi davvero a guardare — non a controllare, non a pianificare, solo guardare — quello che oggi ho intorno a me, lasciando spazio allo stupore.

Che ritmo avete in questo momento? Cosa vi succederebbe se, per un attimo, smetteste di correre?

Chi sta al centro?

Da lì è arrivato il punto più scomodo per me, in una parola di Gesù che ancora mi interroga:

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt 16, 24-25)

È facile dire "Dio al centro" come slogan. Molto meno facile per me è riuscire a vedere, uno per uno, tutti i piccoli centri alternativi che mi costruisco ogni giorno: il bisogno di controllo (controllo mille volte i conti perché tutto quadri), di riuscita (consegno un lavoro solo quando sono convinta che sia impeccabile), di essere vista in un certo modo (come quella sicura, preparata, che ha tutto sotto controllo) — e lasciare che vengano spostati, accettando che trattenere la propria vita per sè è, paradossalmente, il modo più sicuro che ho per perderla.

Cosa occupa, davvero, il centro della vostra vita in questo momento — non quello che direste se ve lo chiedessero, ma quello per cui vi agitate davvero?

Cosa significa "rimanere"?

"Rimani nel mio amore. Io ti ho scelta perché porti frutto e il tuo frutto rimanga" (cfr. Gv 15, 9.16). Qui ho capito che la fiducia e il centro spostato non bastano, se non diventano una permanenza. Non un episodio di grazia isolato, ma un'abitazione stabile. È forse questa la mia sfida più grande: non l'entusiasmo di un momento, ma la fedeltà di restare.

Il chicco che muore

E poi la parola più esigente di tutte, quella che ho scelto come titolo per raccontare questo percorso:

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12, 24)

Amare come ama Lui: non a parole, ma custodendo il cuore, lasciando che qualcosa di me muoia (le mie manie di perfezionismo, le certezze in cui mi rifugio, l'insicurezza nel mostrarmi fragile e vulnerabile) perché qualcos'altro possa nascere. Anche scrivere queste righe, in fondo, è già un piccolo morire: condividerle significa accettare il rischio di essere giudicata. Non è una metafora consolante. È una domanda che brucia: cosa, in me, deve ancora morire perché possa davvero amare?

E infine: uscire

Il percorso non si chiude su me stessa. Si chiude con un invio, sull'esempio di Abramo:

Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. (At 7, 3, che riprende Gen 12, 1)

Affida a me tutta te stessa, quello che sei e quello che hai, e io lo moltiplicherò, per donarti alle persone che incontrerai e che io ti affiderò. Quello che riceviamo non è per essere trattenuto, come ricordavano già i primi discepoli:

Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. (At 4, 20)

Alla fine di questi giorni ho sentito forte questa stessa urgenza: condividere quello che ho vissuto, perché chi si riconoscesse in queste domande potesse sentirsi un po' meno solo e intravedere una strada possibile davanti a sé. La vocazione — qualunque essa sia, per ciascuno di noi — non è mai solo una questione personale: è sempre, in qualche modo, un dono da moltiplicare per altri.


Non ho scritto tutto questo per dirvi: guardate che bel cammino ho fatto. Ho scelto di scrivere questo post perché queste domande, nate in me nel silenzio e nella preghiera, credo riguardino chiunque si stia chiedendo, in questa stagione della propria vita, per che cosa sono qui. Non ho risposte da darvi: ho solo delle domande che mi hanno scomodata, messa in discussione, e che mi permetto di lasciare anche a voi, chiunque siate e qualunque sia il vostro cammino di fede o di ricerca:

Di chi o di cosa ti fidi? A che ritmo stai vivendo le tue giornate? Chi sta al centro della tua vita oggi? Cosa deve morire in te perché qualcosa possa nascere? E cosa sei disposto a lasciare uscire di te, per essere dono per qualcun altro?

mercoledì 26 settembre 2012

Preferisco il Paradiso!

Si è da poco conclusa la seconda puntata della fiction "Preferisco il Paradiso", che racconta - con qualche elemento certamente un po' romanzato - la vita di San Filippo Neri. Già la puntata di ieri mi ha molto colpito, non conoscevo questo santo e speravo di cogliere l'occasione di questo film per poterlo iniziare a scoprire, per poi conoscerlo meglio tramite suoi scritti o biografie.

Voglio però cominciare dalla fine, ovvero dalla morte di San Filippo Neri. La scena è molto toccante, perché mostra Padre Filippo che ha appena lasciato la sua stanza a Pierotto, un ragazzo che Filippo aveva accolto con sé quand'era ancora un bambino e che poi ha deciso di farsi sacerdote nella Confraternita di Filippo. Poi Filippo dice di essere stanco, si sdraia sul suo letto e chiede a Pierotto di cantargli la canzone che aveva loro insegnato quando erano bambini. Mentre Pierotto canta, Filippo - col sorriso in volto - esala l'ultimo respiro.
Pierotto piange, disperato per la perdita del suo caro amico e della sua guida spirituale. Arriva anche una bambina della comunità, che chiede a Pierotto se Filippo stia dormendo, ma Pierotto, fra le lacrime, le fa cenno di no con la testa, accarezza la bambina e si allontana per andare a suonare le campane della chiesa a lutto.
Tutta la comunità comprende che il loro amato Padre Filippo non c'è più, li ha lasciati, e accompagnati dal suono delle campane, ne piangono la scomparsa.
La bambina è rimasta accanto a Filippo e, guardando il suo sorriso, all'improvviso comprende... così corre in strada gridando a tutti: "Filippo è vivo! Filippo è vivo!"... La gente la guarda con compassione, pensando che la piccola non voglia accettare la morte di Padre Filippo; ma lei continua, senza stancarsi: "Filippo è vivo: è in Paradiso!".
Una scena davvero commovente: quella bambina, nella sua innocenza, aveva davvero compreso tutto!

E allora non posso che concludere questo intervento, ringraziando Dio per i suoi doni con le parole di Gesù:
Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. (Mt 11, 25)

domenica 22 agosto 2010

Non affannatevi!

Oggi sentiamo sempre più spesso parlare di precarietà, di difficoltà o addirittura di impossibilità a fare dei progetti di vita. Come potremmo, se è tanto difficile trovare lavoro? E quando qualcuno un po' più fortunato lo trova, riesce ad avere un contratto della durata di pochi anni. E allora, in un contesto come questo, come si può anche solo lontanamente pensare di sposarsi e di "metter su famiglia"?
Certo, il periodo che stiamo attraversando non è dei più facili, eppure anche in questo il Signore ci rivolge il suo invito:
Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, nè mietono, nè ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena. (Mt 6, 25-34)
Che parole rassicuranti! Quanta speranza possiamo trarne! Eppure, siamo gente di poca fede: ci diciamo cristiani, a parole crediamo anche nella Provvidenza, ma poi all'atto pratico, quando davvero dovremmo affidare il nostro cuore e la nostra vita al Signore, siamo spaventati, non riusciamo a fidarci. Sì, nella quotidianità della nostra vita, non ci fidiamo di Dio! Pensiamo che quello che il Signore può fare per noi possa non essere abbastanza, che in qualche modo dobbiamo dargli una mano noi perché le cose possano andare nel verso giusto. Non riusciamo a credere pienamente che nulla è impossibile a Dio! (Lc 1, 37) Quando mi attraversano questi pensieri, quanto sento la mia piccolezza... ma il Signore è con noi, è pronto a farci rialzare, e con immensa misericordia ci perdona per queste nostre debolezze e continua a camminare al nostro fianco.

Ad ogni modo, dobbiamo fare attenzione a non fraintendere le parole di Gesù per portarle a nostro vantaggio: egli non ci sta dicendo che dobbiamo incrociare le braccia e aspettare che sia Lui a mettere le cose in ordine e a far sì che tutto vada bene. Piuttosto, ci indica chiaramente la strada: cercare il Regno di Dio! Anche in un altro episodio, Gesù ci fa notare che le pre-occupazioni e l'ansia che ogni tanto ci assale non fanno che allontanarci dalla ricerca del regno di Dio, verso il quale siamo in cammino e che siamo chiamati ad attuare anche qui su questa terra:
Una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta». (Lc 10, 38-41)
Per questo, non facciamoci scudo della "precarietà" della vita odierna perché non vogliamo prendere l'impegno di vivere la nostra vocazione, a cui il Signore ci chiama. Non è facile, la tentazione è quella dello smarrimento, dello sconforto: non sapendo cosa faremo domani, dove saremo, come possiamo pensare di progettare alcunchè? E come possiamo pensare di costruire una famiglia e mettere al mondo dei figli? Per dare loro una vita di difficoltà e privazioni? Ma queste sono tentazioni, di queste cose si preoccupa la gente del mondo (Lc 12, 30): è qui che dobbiamo lasciar spazio alla nostra fede, aprire il nostro cuore allo Spirito Santo, perché rivoluzioni il nostro modo di pensare e ci renda capaci di Amare e di vivere con semplicità e umiltà sull'esempio della Sacra Famiglia di Nazareth. Seguiamo l'esempio di Maria, che di fronte all'annuncio dell'arcangelo Gabriele, ha risposto il suo "Eccomi!". Non perdiamo mai la Speranza! Nei momenti di sconforto, affidiamo il nostro cuore e tutta la nostra vita a Dio, perché sia Lui ad indicarci la via da seguire; nei momenti di gioia, rendiamo a Lui grazie, perché tutta la nostra vita sia un inno di lode al Signore che ci ha creati.

La domenica, alla fine della S. Messa, spesso il diacono ci congeda con queste parole: "Glorificate il Signore con la vostra vita. Andate in pace". Accogliamo queste parole e cerchiamo di viverle profondamente, perché la pace di Cristo riempia i nostri cuori e allontani da noi quelle ansie che ci impediscono di vivere glorificando Dio. Non servono grandi cose per essere felici: l'amore del proprio marito, l'amore dei figli, l'amore per il marito ed i figli, se sono specchio dell'amore di Dio, possono rivoluzionare ogni logica umana, e permetterci di vivere ogni giorno con Fede autentica, rinnovata Speranza, pieni di Carità.

domenica 6 giugno 2010

Nelle mani di Dio

Prima di quello del 25 maggio, erano passati diversi mesi dal precedente intervento che avevo scritto... gli impegni quotidiani - si sa - son sempre tanti e spesso, con estrema facilità, ci lasciamo travolgere dagli eventi che si susseguono nella nostra vita, senza riuscire a fermarli, né a fermare noi stessi... non riusciamo ad accettare di perdere qualcosa della mondanità che ci avvolge, per raccoglierci in preghiera, lasciando tutto il resto fuori e restando soli con Dio, noi e Lui. Ci ricorda Gesù:
Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. (Mt 6, 6)
Quando decisi di aprire questo blog, lo feci col proposito di farmi piccolo strumento nelle mani del Signore, per trasmettere e testimoniare il Suo messaggio - attraverso la Sua Parola e la testimonianza della Chiesa - con particolare riferimento alla vocazione matrimoniale. Per questo, ho sempre voluto dare importanza ad ogni intervento, trattenendomi dalla tentazione di riportarvi pensieri miei personali, e cercando piuttosto di prepararlo con cura, perché fosse frutto di preghiera e di meditazione sulla Parola di Dio e, come scrive San Paolo,
Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, io la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me. (Gal 2, 20)
Questa intenzione per me rimane ancora vera, ma in passato mi è capitato di rinunciare a scrivere qualcosa, perché lo ritenevo inadeguato, troppo semplice, volevo ancora leggere e cercare e pregare... Ma nella preghiera ho anche capito che il Signore fa affidamento su di me pur nella mia imperfezione, nella mia debolezza; io non potevo accettarle, ma parlavo per me stessa, non per Lui: Lui è accanto a me e continua a parlarmi e a sostenermi, affinché io possa continuare a servirlo e a compiere la sua missione, annunciando e testimoniando il suo messaggio d'Amore, anche e soprattutto con semplicità.
E' comprensibile che questo possa intimorirci, che possiamo non ritenerci all'altezza di questo compito; persino Mosé rivolse a Dio queste parole:
«Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». (Es 4, 10)
Ma Egli subito (lo) ci rassicura:
«Chi ha dato una bocca all'uomo o chi lo rende muto o sordo, veggente o cieco? Non sono forse io, il Signore? Ora va'! Io sarò con la tua bocca e ti insegnerò quello che dovrai dire». (Es 4, 11-12)
E se sono così giovane, sposata da appena un anno, come posso pensare di sapere cosa sia il matrimonio e come vada vissuto? All'inizio tutto è facile e bello, ma i problemi verranno più avanti. Ecco, non mi crederanno, non ascolteranno la mia voce, ma diranno: Non ti è apparso il Signore! (Es 4, 1) Ma ciò che conta è la testimonianza, gettare il seme perché poi possa portare frutto, e farlo con umiltà e speranza, senza presunzione, con cuore sincero... e il Signore Dio farà il resto! Di fronte alla chiamata di Dio, Geremia rispose:
«Ahimé, Signore Dio, ecco io non so parlare, perché sono giovane». Ma il Signore mi disse: «Non dire: Sono giovane, ma va' da coloro a cui ti manderò e annunzia ciò che io ti ordinerò. Non temerli, perché io sono con te per proteggerti». Oracolo del Signore. (Ger 1, 6-8)
Questo invito il Signore lo rivolge ad ognuno di noi ed è sempre aperto. In particolare, io e mio marito sentiamo fortemente di aver ricevuto questa chiamata nel matrimonio, per contribuire alla edificazione del Regno di Dio nella storia mediante quelle stesse realtà quotidiane che riguardano e contraddistinguono la condizione di vita [della famiglia cristiana]: è allora nell'amore coniugale e familiare - vissuto nella sua straordinaria ricchezza di valori ed esigenze di totalità, unicità, fedeltà e fecondità - che si esprime e si realizza la partecipazione della famiglia cristiana alla missione profetica, sacerdotale e regale di Gesù Cristo e della sua Chiesa; l'amore e la vita costituiscono pertanto il nucleo della missione salvifica della famiglia cristiana nella Chiesa e per la Chiesa. [...] Partecipe della vita e della missione della Chiesa, la quale sta in religioso ascolto della Parola di Dio e la proclama con ferma fiducia, la famiglia cristiana vive il suo compito profetico accogliendo e annunciando la Parola di Dio: diventa così, ogni giorno di più, comunità credente ed evangelizzante. [...] La famiglia cristiana, soprattutto oggi, ha una speciale vocazione ad essere testimone dell'alleanza pasquale di Cristo, mediante la costante irradiazione della gioia dell'amore e della sicurezza della speranza, della quale deve rendere ragione. (Familiaris Consortio, 50-52)

Rispondere a questa chiamata non è facile, non ci sentiamo "arrivati" nè abbiamo la presunzione di credere che i problemi li abbiano solo gli altri; sappiamo di essere solo all'inizio di questo cammino, ma siamo pronti ad assaporarne la bellezza e ad affrontarne le sofferenze: è questo che ci siamo promessi il giorno del nostro matrimonio, ed in questo abbiamo la certezza di non camminare da soli. A volte si dice che gli sposi siano lasciati da soli, che la Chiesa e i sacerdoti si preoccupino di "sottrarre" coppie al matrimonio civile per sposarli in chiesa e che poi li lascino a loro stessi, abbandonandoli alle loro difficoltà. Non è così! Giovanni Paolo II che ci ha regalato la Familiaris Consortio, che è in grado di darci preziose indicazioni su come possiamo vivere la nostra vocazione coniugale e familiare nella Chiesa. Ma questo è solo un esempio; dobbiamo solo metterci alla ricerca, essere aperti all'ascolto, essere pronti a lasciarci sorprendere e trasformare dall'Amore di Dio!

Concludo affidando al Signore una semplice preghiera (attribuita dalla tradizione a san Francesco d'Assisi):

Signore, fa' di me uno strumento della Tua Pace:
Dove è odio, fa ch'io porti l'Amore,
Dove è offesa, ch'io porti il Perdono,
Dove è discordia, ch'io porti l'Unione,
Dove è dubbio, ch'io porti la Fede,
Dove è errore, ch'io porti la Verità,
Dove è disperazione, ch'io porti la Speranza,
Dove è tristezza, ch'io porti la Gioia,
Dove sono le tenebre, ch'io porti la Luce.

Maestro, fa che io non cerchi tanto
Ad esser consolato, quanto a consolare;
Ad essere compreso, quanto a comprendere;
Ad essere amato, quanto ad amare.

Poiché, così è:
Dando, che si riceve;
Perdonando, che si è perdonati;
Morendo, che si risuscita a Vita Eterna.

Amen