mercoledì 19 agosto 2026

La gioia che non si spegne

State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. (1Ts 5, 16-21)

Durante gli esercizi spirituali a cui ho partecipato all'inizio di agosto, a un certo punto ci è stato chiesto: quale Parola vorreste che gli altri vedessero in voi? Lo Spirito mi ha suggerito questo passo di San Paolo. Non ho avuto neppure un attimo di esitazione: quello che volevo mostrare, testimoniare, era la gioia del Vangelo. In quei giorni stavo sperimentando in prima persona quanto l'Amore del Signore potesse trasformare ogni cosa - ogni ferita, ogni sofferenza - in un'esperienza di benedizione e di grazia, e non potevo tacere questa condivisione. Mi dicevo: chissà quanti, proprio ora, sono nel pianto e potrebbero aver bisogno di vedere questa speranza. Ecco perché dovevo rendere testimonianza. E forse è per questo che ho scelto di scrivere un post su questo tema.

Perché possiamo essere lieti, davvero, sempre? Perché il Signore, con la sua resurrezione, ha vinto la morte ed è questo il lieto annuncio che siamo chiamati a testimoniare:

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. (Rm 6, 8-9)

Non è una gioia che dipende da come va la giornata. È una gioia che va oltre, una gioia che ha già vinto, una volta per tutte. 

Ultimamente, guidando, mi capita spesso di imbattermi in qualcuno che, spazientito dal caldo, taglia la strada o inchioda all'ultimo, magari distratto dal cellulare. Il mio istinto è quasi sempre lo stesso: strombazzare, quasi per redarguirlo. Ma in questi giorni mi sono fermata a pensare che, così facendo, non faccio altro che perpetuare la stessa prepotenza — con l'aggravante di sentirmi anche nel giusto. In fondo, cosa ci perdo a lasciarlo passare? Il suo atteggiamento non cambierà certo per un colpo di clacson in più; cambierà invece la mia giornata, un po' più avvelenata da quel colpo di clacson.

Quanto poco ci vuole, a volte, a incrinare qualcosa dentro di noi al punto da riversarlo sul primo che ci capita a tiro — e forse basterebbe altrettanto poco per fare la differenza opposta. Rivolgere un sorriso a una persona, anche a uno sconosciuto incrociato al supermercato o in fila alla posta, può fare la differenza: non sappiamo cosa stia vivendo chi abbiamo davanti, e accoglierlo con gioia magari può cambiare tutto, o può quantomeno alleggerirgli qualche minuto della sua giornata.

Nietzsche coglieva proprio questo punto:

I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro Redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno)

E aveva ragione! Che testimonianza posso dare della mia fede se poi, quando incrocio qualcuno per strada, sfogo su quella persona tutte le frustrazioni e le sofferenze che mi porto dentro? 

Quando incrociate qualcuno domani, uscendo di casa, cosa vorreste ricevere da lui? E voi, cosa gli state davvero portando?

Noi, invece, siamo chiamati alla gioia! Questo, naturalmente, non vuol dire che non vivremo mai il dolore e la sofferenza, nè che dobbiamo ignorarli o far finta che non esistano, ma possiamo scegliere se attraversarli o lasciarci possedere da quel dolore. Cristo ha vinto la morte, e non solo per se stesso: per ciascuno di noi. Ecco perché San Paolo ci esorta:

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4, 4-7)

Quando vivo un dolore, può sembrarmi insormontabile, ma il Signore è vicino! Non devo portare quel dolore da sola: posso dividerlo con Lui, posso metterlo nelle Sue mani, e Lui custodirà il mio cuore e i miei pensieri, donandomi pace.

Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. (Gv 16, 24)

Affidiamoci al Signore, perché in Lui troveremo una gioia piena.

E allora, di fronte a questa grazia, come potremmo non essere felici? Essere cristiani vuol dire annunciare il Vangelo, portare a tutti questo lieto annuncio di risurrezione e di vita eterna. Queste mattine, quando esco per andare al lavoro, mi chiedo: come potrei essere testimone credibile, se io per prima non riesco a percepire e a incarnare questa gioia?

In passato mi è capitato spesso di lasciarmi prendere da preoccupazioni e ansie per il futuro o da nostalgia per periodi passati, e non mi rendevo conto che non stavo vivendo l'oggi, non vedevo quello che il momento presente mi stava offrendo. A questo proposito, il filosofo tedesco Kierkegaard diceva: 

Che cos'è la gioia, che cos'è l'essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l'essere davvero presenti a se stessi è questo "oggi", è essere oggi, essere davvero oggi. [...] La gioia è il tempo presente con tutta l'enfasi su: il tempo presente. (S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo)

Quanto è vero! Ed ecco perché ho deciso che il mio proposito è quello di vivere pienamente il presente, senza lasciare che passi indifferente, invano; cerco di impegnarmi perché abbia un valore, anche piccolo, prestando attenzione alle persone che incontro, a quello che mi circonda, lasciando spazio alla contemplazione e allo stupore, perché mi attraversino senza lasciarmi indifferente, e alla fine della giornata rendo grazie al Signore per il dono della vita e per il pane quotidiano che mi ha donato.

Quanto della vostra giornata di oggi avete davvero vissuto, invece di lasciarlo semplicemente passare?

E se manteniamo uno sguardo attento all'essenziale, possiamo riconoscere nel momento presente un kairós, quel tempo particolare che è più del tempo che scorre e basta (chronos): è il tempo dell'occasione, un tempo di grazia in cui Dio viene a visitarci e noi abbiamo la possibilità e l'opportunità di accoglierlo adesso, nella nostra quotidianità, insieme alle persone che incontriamo sul nostro cammino. Non è un tempo qualunque che si può rimandare a domani: è un qui e ora che non può essere dilazionato.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza. (2Cor 6, 2)

Questo momento favorevole è anche quello di cui si parla nel Vangelo di qualche giorno fa:

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose: trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. (Mt 13, 44-46)

Mentre lo ascoltavo, mi immaginavo proprio la scena di quest'uomo che, pieno di gioia per il tesoro che ha trovato, senza esitare, magari saltellando per la strada, va, vende tutto e compra quel campo. Ha scoperto il senso, ha trovato qualcosa per cui vale la pena lasciare tutto per vivere per quel tesoro che può rendere la sua vita piena. E anche il mercante... è alla ricerca di perle preziose; in questa sua ricerca, che non sappiamo da quanto andasse avanti, ecco che inaspettatamente trova una perla di grande valore. Così anche lui, va, vende tutto e la compra.

Nessuno di questi due personaggi si mette lì a fare conti o valutazioni sulla scelta più opportuna da fare. Sono entrambi sicuri, non hanno esitazione, hanno trovato - chi forse inaspettatamente, chi durante una ricerca magari anche lunga e faticosa - quello per cui valga la pena vivere.

Certo, riconoscere il vero tesoro non è semplice: richiede quello sguardo attento per esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Ma quando lo riconosciamo davvero, non è più tempo di calcoli.

Per cosa siamo disposti, senza esitare e pieni di gioia, ad andare e vendere tutto?

mercoledì 12 agosto 2026

Il chicco deve morire per moltiplicarsi

Sono passati davvero molti anni da quando ho scritto qui l'ultima volta. Questo blog è sempre rimasto nel mio cuore, ma si sa la vita com'è: cambiano tante cose, si va avanti... e questo spazio è rimasto in un angolo. Qualche volta mi veniva in mente qualcosa da scrivere, ma poi mi sembravano messaggi troppo semplici, forse non ancora abbastanza pregati, frutto più dei miei pensieri che dell'ispirazione dello Spirito Santo.

Eppure, oggi ho deciso di tornare a scrivere, non perché mi senta più pronta di allora, ma perché qualcosa, in questi giorni, mi ha spinta a farlo. E ho imparato — o forse sto ancora imparando — che il Signore fa affidamento su di noi proprio nella nostra imperfezione, nei nostri dubbi, mentre ancora siamo in cammino. 

Ecco ora il momento favorevole! (2Cor 6, 2) 

All'inizio di questo mese mi sono presa una pausa. Non le solite vacanze: una settimana di silenzio, di preghiera, con la Parola del Signore. Non scrivo questo per raccontarvi cosa ho "fatto" — perché in realtà quello che conta non è quello che ho fatto io, ma quello che è successo a me, e che forse può parlare anche a voi, indipendentemente dal fatto che siate credenti, in ricerca, o semplicemente curiosi di che cosa possa significare, oggi, "avere una vocazione", vivere una chiamata.

Provo a raccontarlo non come un traguardo raggiunto, ma come una serie di domande che si sono affacciate al mio cuore nella preghiera e che rilancio a chi legge.

Ti fidi di chi ti parla?

La prima cosa che mi è stato chiesto di fare, prima di qualsiasi altra, è stata semplicemente ascoltare: "Fidati di me, non temere: sono io che ti sto parlando." Non "fai", non "cambia" — fidati. Quando non so che pesci prendere e mi sento smarrita, la mia reazione istintiva è agitarmi e voler fare subito qualcosa: lasciar fare a Lui, restare ferma, è per me una sfida enorme. Mi sono resa conto di quanto la fiducia vera, quella che si traduce in un gesto concreto, come quella di Pietro, sia in fondo rara e così difficile da attuare:

Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. (Lc 5, 5)

Fidarsi non è un sentimento: è un rischio che ci si prende.

C'è qualcosa, in questo periodo, che sentite chiamarvi a un atto di fiducia che va oltre la vostra logica?

Che ritmo hai?

Poi è arrivata una parola scomoda: "Non correre, sii paziente". Una cosa quasi ovvia da associare alla partecipazione ad un ritiro, specie di una settimana. Ma mi ha fatto vedere quanto, nella vita di ogni giorno, io dia per scontate tante cose: le persone, le giornate, anche le piccole cose belle che vivo nel quotidiano — un profumo mentre attraverso la strada, un fiore nuovo che è sbocciato... E quanto raramente mi fermi davvero a guardare — non a controllare, non a pianificare, solo guardare — quello che oggi ho intorno a me, lasciando spazio allo stupore.

Che ritmo avete in questo momento? Cosa vi succederebbe se, per un attimo, smetteste di correre?

Chi sta al centro?

Da lì è arrivato il punto più scomodo per me, in una parola di Gesù che ancora mi interroga:

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt 16, 24-25)

È facile dire "Dio al centro" come slogan. Molto meno facile per me è riuscire a vedere, uno per uno, tutti i piccoli centri alternativi che mi costruisco ogni giorno: il bisogno di controllo (controllo mille volte i conti perché tutto quadri), di riuscita (consegno un lavoro solo quando sono convinta che sia impeccabile), di essere vista in un certo modo (come quella sicura, preparata, che ha tutto sotto controllo) — e lasciare che vengano spostati, accettando che trattenere la propria vita per sè è, paradossalmente, il modo più sicuro che ho per perderla.

Cosa occupa, davvero, il centro della vostra vita in questo momento — non quello che direste se ve lo chiedessero, ma quello per cui vi agitate davvero?

Cosa significa "rimanere"?

"Rimani nel mio amore. Io ti ho scelta perché porti frutto e il tuo frutto rimanga" (cfr. Gv 15, 9.16). Qui ho capito che la fiducia e il centro spostato non bastano, se non diventano una permanenza. Non un episodio di grazia isolato, ma un'abitazione stabile. È forse questa la mia sfida più grande: non l'entusiasmo di un momento, ma la fedeltà di restare.

Il chicco che muore

E poi la parola più esigente di tutte, quella che ho scelto come titolo per raccontare questo percorso:

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12, 24)

Amare come ama Lui: non a parole, ma custodendo il cuore, lasciando che qualcosa di me muoia (le mie manie di perfezionismo, le certezze in cui mi rifugio, l'insicurezza nel mostrarmi fragile e vulnerabile) perché qualcos'altro possa nascere. Anche scrivere queste righe, in fondo, è già un piccolo morire: condividerle significa accettare il rischio di essere giudicata. Non è una metafora consolante. È una domanda che brucia: cosa, in me, deve ancora morire perché possa davvero amare?

E infine: uscire

Il percorso non si chiude su me stessa. Si chiude con un invio, sull'esempio di Abramo:

Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. (At 7, 3, che riprende Gen 12, 1)

Affida a me tutta te stessa, quello che sei e quello che hai, e io lo moltiplicherò, per donarti alle persone che incontrerai e che io ti affiderò. Quello che riceviamo non è per essere trattenuto, come ricordavano già i primi discepoli:

Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. (At 4, 20)

Alla fine di questi giorni ho sentito forte questa stessa urgenza: condividere quello che ho vissuto, perché chi si riconoscesse in queste domande potesse sentirsi un po' meno solo e intravedere una strada possibile davanti a sé. La vocazione — qualunque essa sia, per ciascuno di noi — non è mai solo una questione personale: è sempre, in qualche modo, un dono da moltiplicare per altri.


Non ho scritto tutto questo per dirvi: guardate che bel cammino ho fatto. Ho scelto di scrivere questo post perché queste domande, nate in me nel silenzio e nella preghiera, credo riguardino chiunque si stia chiedendo, in questa stagione della propria vita, per che cosa sono qui. Non ho risposte da darvi: ho solo delle domande che mi hanno scomodata, messa in discussione, e che mi permetto di lasciare anche a voi, chiunque siate e qualunque sia il vostro cammino di fede o di ricerca:

Di chi o di cosa ti fidi? A che ritmo stai vivendo le tue giornate? Chi sta al centro della tua vita oggi? Cosa deve morire in te perché qualcosa possa nascere? E cosa sei disposto a lasciare uscire di te, per essere dono per qualcun altro?