State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. (1Ts 5, 16-21)
Durante gli esercizi spirituali a cui ho partecipato all'inizio di agosto, a un certo punto ci è stato chiesto: quale Parola vorreste che gli altri vedessero in voi? Lo Spirito mi ha suggerito questo passo di San Paolo. Non ho avuto neppure un attimo di esitazione: quello che volevo mostrare, testimoniare, era la gioia del Vangelo. In quei giorni stavo sperimentando in prima persona quanto l'Amore del Signore potesse trasformare ogni cosa - ogni ferita, ogni sofferenza - in un'esperienza di benedizione e di grazia, e non potevo tacere questa condivisione. Mi dicevo: chissà quanti, proprio ora, sono nel pianto e potrebbero aver bisogno di vedere questa speranza. Ecco perché dovevo rendere testimonianza. E forse è per questo che ho scelto di scrivere un post su questo tema.
Perché possiamo essere lieti, davvero, sempre? Perché il Signore, con la sua resurrezione, ha vinto la morte ed è questo il lieto annuncio che siamo chiamati a testimoniare:
Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. (Rm 6, 8-9)
Non è una gioia che dipende da come va la giornata. È una gioia che va oltre, una gioia che ha già vinto, una volta per tutte.
Ultimamente, guidando, mi capita spesso di imbattermi in qualcuno che, spazientito dal caldo, taglia la strada o inchioda all'ultimo, magari distratto dal cellulare. Il mio istinto è quasi sempre lo stesso: strombazzare, quasi per redarguirlo. Ma in questi giorni mi sono fermata a pensare che, così facendo, non faccio altro che perpetuare la stessa prepotenza — con l'aggravante di sentirmi anche nel giusto. In fondo, cosa ci perdo a lasciarlo passare? Il suo atteggiamento non cambierà certo per un colpo di clacson in più; cambierà invece la mia giornata, un po' più avvelenata da quel colpo di clacson.
Quanto poco ci vuole, a volte, a incrinare qualcosa dentro di noi al punto da riversarlo sul primo che ci capita a tiro — e forse basterebbe altrettanto poco per fare la differenza opposta. Rivolgere un sorriso a una persona, anche a uno sconosciuto incrociato al supermercato o in fila alla posta, può fare la differenza: non sappiamo cosa stia vivendo chi abbiamo davanti, e accoglierlo con gioia magari può cambiare tutto, o può quantomeno alleggerirgli qualche minuto della sua giornata.
Nietzsche coglieva proprio questo punto:
I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro Redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno)
E aveva ragione! Che testimonianza posso dare della mia fede se poi, quando incrocio qualcuno per strada, sfogo su quella persona tutte le frustrazioni e le sofferenze che mi porto dentro?
Quando incrociate qualcuno domani, uscendo di casa, cosa vorreste ricevere da lui? E voi, cosa gli state davvero portando?
Noi, invece, siamo chiamati alla gioia! Questo, naturalmente, non vuol dire che non vivremo mai il dolore e la sofferenza, nè che dobbiamo ignorarli o far finta che non esistano, ma possiamo scegliere se attraversarli o lasciarci possedere da quel dolore. Cristo ha vinto la morte, e non solo per se stesso: per ciascuno di noi. Ecco perché San Paolo ci esorta:
Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4, 4-7)
Quando vivo un dolore, può sembrarmi insormontabile, ma il Signore è vicino! Non devo portare quel dolore da sola: posso dividerlo con Lui, posso metterlo nelle Sue mani, e Lui custodirà il mio cuore e i miei pensieri, donandomi pace.
Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. (Gv 16, 24)
Affidiamoci al Signore, perché in Lui troveremo una gioia piena.
E allora, di fronte a questa grazia, come potremmo non essere felici? Essere cristiani vuol dire annunciare il Vangelo, portare a tutti questo lieto annuncio di risurrezione e di vita eterna. Queste mattine, quando esco per andare al lavoro, mi chiedo: come potrei essere testimone credibile, se io per prima non riesco a percepire e a incarnare questa gioia?
In passato mi è capitato spesso di lasciarmi prendere da preoccupazioni e ansie per il futuro o da nostalgia per periodi passati, e non mi rendevo conto che non stavo vivendo l'oggi, non vedevo quello che il momento presente mi stava offrendo. A questo proposito, il filosofo tedesco Kierkegaard diceva:
Che cos'è la gioia, che cos'è l'essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l'essere davvero presenti a se stessi è questo "oggi", è essere oggi, essere davvero oggi. [...] La gioia è il tempo presente con tutta l'enfasi su: il tempo presente. (S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo)
Quanto è vero! Ed ecco perché ho deciso che il mio proposito è quello di vivere pienamente il presente, senza lasciare che passi indifferente, invano; cerco di impegnarmi perché abbia un valore, anche piccolo, prestando attenzione alle persone che incontro, a quello che mi circonda, lasciando spazio alla contemplazione e allo stupore, perché mi attraversino senza lasciarmi indifferente, e alla fine della giornata rendo grazie al Signore per il dono della vita e per il pane quotidiano che mi ha donato.
Quanto della vostra giornata di oggi avete davvero vissuto, invece di lasciarlo semplicemente passare?
E se manteniamo uno sguardo attento all'essenziale, possiamo riconoscere nel momento presente un kairós, quel tempo particolare che è più del tempo che scorre e basta (chronos): è il tempo dell'occasione, un tempo di grazia in cui Dio viene a visitarci e noi abbiamo la possibilità e l'opportunità di accoglierlo adesso, nella nostra quotidianità, insieme alle persone che incontriamo sul nostro cammino. Non è un tempo qualunque che si può rimandare a domani: è un qui e ora che non può essere dilazionato.
Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza. (2Cor 6, 2)
Questo momento favorevole è anche quello di cui si parla nel Vangelo di qualche giorno fa:
Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose: trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. (Mt 13, 44-46)
Mentre lo ascoltavo, mi immaginavo proprio la scena di quest'uomo che, pieno di gioia per il tesoro che ha trovato, senza esitare, magari saltellando per la strada, va, vende tutto e compra quel campo. Ha scoperto il senso, ha trovato qualcosa per cui vale la pena lasciare tutto per vivere per quel tesoro che può rendere la sua vita piena. E anche il mercante... è alla ricerca di perle preziose; in questa sua ricerca, che non sappiamo da quanto andasse avanti, ecco che inaspettatamente trova una perla di grande valore. Così anche lui, va, vende tutto e la compra.
Nessuno di questi due personaggi si mette lì a fare conti o valutazioni sulla scelta più opportuna da fare. Sono entrambi sicuri, non hanno esitazione, hanno trovato - chi forse inaspettatamente, chi durante una ricerca magari anche lunga e faticosa - quello per cui valga la pena vivere.
Certo, riconoscere il vero tesoro non è semplice: richiede quello sguardo attento per esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Ma quando lo riconosciamo davvero, non è più tempo di calcoli.
Per cosa siamo disposti, senza esitare e pieni di gioia, ad andare e vendere tutto?
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