giovedì 8 ottobre 2026

Lasciarsi guidare, un passo dopo l'altro

Quando si balla, il follower deve affidarsi al leader (si chiamano così i due ruoli); se fa di testa propria, si perde quella fluidità delle figure che tanto ci incanta quando vediamo qualcuno ballare. Se, invece, il follower si lascia guidare, viene fuori un ballo armonioso... ed entrambi riescono a gustare appieno l'esperienza. E l'affidamento è importante anche quando non si conosce l'altra persona: non è qualcosa che si può solo costruire con il tempo... l'intesa aiuta, ma non è una condizione necessaria. Inutile dire che, come follower, sono sempre stata indisciplinata: anticipo un passo, correggo la posizione del leader, cerco di guidare io, talvolta persino senza accorgermene.

La notte scorsa, quasi d'improvviso, mi è venuta in mente questa immagine per parlare del terzo ladro che ho identificato nella mia vita: quello del voler fare tutto io, tutto da sola, anche quando non ce la faccio, anche quando mi mancano le energie... È un altro dei ladri che mi ruba la vita in abbondanza che il Signore ci ha promesso. E cosa mi ruba, in particolare, di questa vita? Quando penso di dover andare avanti sempre e comunque, anche quando non ne ho le forze, quando penso di non potermi permettere di fermarmi, sto dicendo che sono da sola, che non mi fido di nessuno, che non faccio affidamento su nessun altro al di fuori di me stessa: è un ladro che mi ruba la fede.

Qualcuno potrebbe pensare che vivere la fede, lasciando fare ad un Altro, possa essere un modo di non fare più niente, perché tanto ci penserà la Provvidenza. Ma ancora una volta è l'immagine del ballo che mi aiuta a spiegare meglio quale sia, invece, l'atteggiamento di fede più autentico da seguire: affidarsi al leader non vuol certo dire smettere di ballare, anzi richiede comunque attenzione da parte del follower per 'rispondere' alle indicazioni che il leader gli dà. La mia fatica, nel ballo come nella vita spirituale, è proprio quella di lasciarmi guidare.

Eppure, quando prego, nei momenti in cui riesco a lasciarmi guidare, mi accorgo di una cosa: non sto ferma "a guardare". Mi muovo eccome, solo che il movimento non parte da me. Domenica scorsa, sul foglietto della messa, ho trovato una frase di un monaco copto ortodosso, Matta el Meskin, che mi è sembrata dire proprio questo:

La fede in Gesù Cristo non è una teoria, ma una forza che agisce capace di cambiare la vita. Ogni uomo che vive in Cristo Gesù deve essere portatore di tale forza, deve essere cioè capace di cambiare la propria vita, rinnovarla per la potenza di Cristo.

♦ In quali momenti della vostra vita vi riesce più difficile lasciare la guida a qualcun altro? E come vi sentite quando vi lasciate condurre? 

Per tanto tempo ho fatto una grandissima fatica a vivere la fede, lasciandomi condurre dal Signore. Mi fermavo a pregare, ma la preghiera non era un dialogo: era un monologo in cui presentavo al Signore i miei pensieri, le mie richieste e, soprattutto, i miei piani, nella migliore delle ipotesi cercando, ma solo alla fine, la sua approvazione. Così mi sono accorta che, in queste situazioni, era più facile confondere la mia volontà con la sua, altro che affidamento: avevo già in testa come tutto avrebbe dovuto risolversi.

E anche nei periodi di maggiore fervore, in cui mi riesce quasi naturale affidarmi, ecco che può succedere qualcosa di inaspettato che mi turba e torno a pensare a come darmi da fare io per far "quadrare" tutto. La risposta, invece, viene dalla Parola: non sono io a dover spostare le montagne da sola.

In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile. (Mt 17, 20)

Eppure, leggendo questo versetto, dubito... come faccio a credere che la mia fede possa avere una tale forza? Mi sembra che Matteo voglia dirmi proprio questo: basta una fede piccola quanto un granellino di senapa; non serve una grande fede, non serve che sia una credente "perfetta"... basto io, così come sono... e, pur nella mia piccolezza, povertà e imperfezione, mi basta lasciare uno spiraglio perché sia la grazia di Dio a fare il resto, ad operare dentro la mia vita.

Quando nel ballo si sbaglia un passo o una figura, l'istinto potrebbe essere quello di farsi prendere dall'agitazione e pensare di aver combinato un pasticcio; a me qualche volta è capitato proprio così. Eppure, basta fermarsi, ascoltare la musica e ripartire dal ritmo.

♦ Quando succede qualcosa di inaspettato che vi turba, qual è la vostra prima reazione? Che cosa succede se provate, invece, a fermarvi per seguire il ritmo?

Non sempre le cose si risolvono come speriamo e, quando succede, è facile perdere la fede, pensare che credere e affidarsi sia stato inutile e lasciarsi andare alla disperazione. È un po' quello che ho vissuto e condiviso nel post precedente, quando non sapevo se quella sensazione improvvisa di tristezza e di vuoto si sarebbe risolta. Fede e speranza sono così intrecciate che faccio quasi fatica a tenerle distinte... Proprio mentre ci riflettevo, ho trovato questo versetto di San Paolo, che presenta la fede come qualcosa che si sperimenta:

La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono. (Eb 11, 1)

Non è una certezza che posso verificare, è piuttosto la fiducia di chi si affida: è la fede a dare sostanza alla speranza, e a sostenerla quando le cose non vanno come vorrei. Il capitolo prosegue con una lunga fila di esempi: chi per fede conquistò regni e chiuse le fauci dei leoni, chi per fede ha vagato nei deserti. Tra loro c'è Abramo:

Per fede Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. (Eb 11, 8)

E di tutti loro San Paolo dice, alla fine del capitolo: 

Eppure, tutti costoro, pur avendo ricevuto per la loro fede una buona testimonianza, non conseguirono la promessa: Dio aveva in vista qualcosa di meglio per noi, perché essi non ottenessero la perfezione senza di noi. (Eb 11, 39-40)

Mi consola pensare che nemmeno i testimoni più grandi nella fede siano arrivati da soli: nessuno di loro ha visto il compimento, che è arrivato dopo, ma hanno continuato a credere e la loro fiducia non è stata vana. La promessa si compie insieme, un passo dopo l'altro, e in tempi che non stabiliamo noi. Anche senza sapere dove vado, posso lasciare un seme e fare la mia parte; non è detto che ne vedrò i frutti, ma posso credere che quel seme non andrà perduto. Quando mi fisso su quello che voglio io, specialmente quando non riesco a conseguirlo o a "farlo succedere", rischio di non accorgermi di quello che di buono c'è già e di quello che può ancora nascere.

♦ Qual è una situazione, nella vostra vita, che non si è risolta come speravate? Che cosa vi è rimasto, nonostante questo?

lunedì 14 settembre 2026

Apriamo la mano alla speranza

Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. (1Pt 3, 15)

In queste ultime settimane sento il mio cuore pieno di speranza, e mi sono spesso chiesta: qual è, davvero, la ragione di questa speranza? Non è ottimismo, non è il semplice pensare che andrà tutto bene: è qualcosa di più, e mi sono venute in mente queste due parole per provare a raccontarlo: luce e libertà.

Una luce che guida, che orienta il cammino, per cui anche se non riesco a vedere tutta la strada, posso poggiare il piede al sicuro per fare il prossimo passo. È credere a queste parole:

Se cammino in mezzo alla sventura tu mi ridoni vita. Il Signore completerà per me l'opera sua. (Sal 137, 7a.8a)

♦ Quanto vi costa fare il prossimo passo senza vedere tutta la strada che avete davanti? Cosa vi aiuta a fidarvi comunque?

Conosco bene, però, anche il suo opposto: quell'ansia che si espande come un gas, fino a occupare tutto lo spazio disponibile nella mia mente, quando c'è una situazione che mi preoccupa o una decisione da prendere e voglio vedere tutta la strada prima di muovere un passo. Decidere in condizioni di incertezza mi disorienta completamente: è come se lanciassi ogni possibile scenario che potrebbe derivare da quel primo passo, cercando di vederli tutti prima ancora di partire. E non riesco a vedere altro, finché non ne vengo a capo. È lo stesso ladro di cui parlavo nello scorso post: lo stesso bisogno di certezze, la stessa agitazione. Mi costa moltissima fatica aprire quella mano chiusa che stringe le mie "certezze" e lasciarle andare, rinunciare al bisogno di vedere o di sapere, per accettare di camminare al ritmo di Dio, un passo alla volta. Eppure il Signore, in questi momenti, mi ripete:

Tu continua soltanto ad avere fede (Mc 5, 36)

Se Abramo, che ha sperato contro ogni speranza, avesse cercato un segno, qualcosa che avesse potuto dargli certezza, di certo non l'avrebbe trovato. Ma si è affidato, ha creduto e ha accolto la Parola del Signore nella propria vita. 

Ed è proprio in quell'aprire la mano che vedo la seconda parola che associo alla speranza: la libertà. Perché voler vedere tutta la strada, alla fine, non mi dava speranza: mi teneva prigioniera, mi faceva ricadere ogni volta nella stessa paura, mentre San Paolo ci ricorda:

E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura. (Rm 8, 15)

♦ Quando non riuscite a mollare la presa, cosa vi tiene ancora prigionieri? Cosa potrebbe cambiare, invece, se provaste ad aprire la mano?

In fondo il punto era proprio questo: io non vivevo la speranza, cercavo certezze. E restavo schiava di quel bisogno ogni volta che non le trovavo, o quando i "segni" che cercavo andavano in senso opposto alle mie aspettative.

Eppure la speranza rimane un dono tanto prezioso quanto fragile, che può scomparire con un "ormai": ormai è tardi, ormai non cambia niente, ormai so già come va a finire.

Mi è successo proprio mentre scrivevo questo post. Stamattina mi sono svegliata spenta, triste, quasi senza speranza, e ho cominciato a dubitare di tutto quello che avevo scritto e pregato nei giorni scorsi: forse non era davvero frutto dello Spirito, forse me la stavo raccontando, forse ero di nuovo io al centro, che attribuivo al Signore l'ispirazione dei miei pensieri, sentendomi in questo forte e determinata. Volevo vedere, ancora una volta, invece di credere senza vedere. Poi sono andata a messa. Oggi è la Festa dell'Esaltazione della Santa Croce, e ho ascoltato queste parole:

E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. (Gv 3, 14-15)

Tenere lo sguardo fisso su di Lui, perché chiunque creda in Lui abbia la vita eterna: ecco la fonte della Speranza. Non un segno nuovo, non una prova in più: solo lo sguardo, rivolto di nuovo a Lui invece che a me stessa, ai miei dubbi e alle mie angosce. E mi è tornato in mente proprio il versetto di Pietro con cui ho aperto questo post, che avevo meditato nei giorni precedenti: adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori. Piano piano il cuore si è riempito di nuovo di speranza, non perché avessi trovato certezze da stringere, ma perché avevo aperto la mano e smesso di cercarne.

Qualche giorno fa, durante un'omelia, il parroco ha detto: "La Parola che tu annunci deve prima passare dal tuo cuore". L'esperienza di oggi mi ha fatto comprendere quanto questo sia importante e quanto possa fare la differenza. I passi che avevo trovato li avevo pregati, sì, nei giorni scorsi, ma non li avevo ancora incarnati. Stamattina, invece, la Parola è passata dal mio cuore, si è fatta carne, è diventata vita.

Come facciamo, allora, ad allontanare quell'"ormai" così distruttivo della speranza dai nostri pensieri e, soprattutto, dal nostro cuore? Non cercando evidenze, perché ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? (Rm 8, 24). Eppure, nella speranza noi siamo stati salvati. Ed è proprio quello che celebriamo nella festa di oggi, guardando alla croce come segno tangibile di Amore e di Speranza della Vita che ha sconfitto la morte.

La speranza, per me, non è credere che quello che desidero si realizzerà, quanto piuttosto sapere che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, che sono stati chiamati secondo il suo disegno (Rm 8, 28), anche quando quel bene ha una forma diversa da quella che avevo immaginato. Ed è proprio lì che sento lo Spirito venirmi in aiuto (cfr. Rm 8, 26-27): per illuminare non la strada che voglio vedere io, ma i prossimi passi lungo la Sua strada, per desiderare quello che il Signore sa essere il mio bene.

Io, infatti, conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo - dice il Signore - progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. (Ger 29, 11)

♦ Quale "ormai" state portando avanti, in questo momento? E se proprio oggi provaste a fare il prossimo passo, anche senza vedere tutta la strada?

domenica 6 settembre 2026

Il tempo che torna a riempirsi

Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza. (Gv 10, 10) 

Oggi voglio cominciare subito con una prima domanda che mi ha suscitato questo versetto. 

♦ Che cosa significa per voi vivere una vita "abbondante"? E se non stiamo facendo esperienza di vivere una vita così, quali sono i ladri che ce la stanno portando via?

Mi sono soffermata a lungo a riflettere su questa domanda, che ancora mi interroga. Così, ho individuato almeno tre ladri nella mia vita:

  • l'ansia che mi porta a ricercare ossessivamente di costruirmi delle certezze e a voler sistemare tutto sin nel minimo dettaglio per essere sicura di avere tutto sotto controllo e che non mi sia sfuggito niente. È qualcosa che — anche se, mentre la vivo, non me ne accorgo — mi toglie il respiro, perché mi spinge ad attaccarmi a delle cose, anche piccole, anche di nessuna importanza, con l'illusione che, se le lasciassi andare, sarei persa. È un ladro subdolo, perché mi illude che sia l'unica strada per arrivare alla vita che desidero, e invece me la toglie poco a poco.
  • il voler fare tutto io, tutto da sola, anche quando non ce la faccio, anche quando mi mancano le energie, perché non posso permettermi di mollare, altrimenti chissà che succede.
  • il tempo... quello che sfugge sempre da ogni parte, quello che arrivi alla fine di una giornata e ti chiedi: ma che ho fatto oggi? Quello che ti distrai un attimo e l'estate è già finita! E quest'anno chissà... forse non siamo neppure così dispiaciuti, visto il caldo infinito... per il quale ho più volte pensato di trasferirmi in Antartide con i pinguini!

Sui primi due punti magari ci tornerò un'altra volta. Oggi, invece, vorrei fermarmi sul terzo, perché è quello che mi ha sorpresa di più in queste settimane. 

Ormai siamo entrati a pieno ritmo nel mese di settembre e le ferie estive, per chi ha potuto trascorrerle staccando dal lavoro e dalla routine quotidiana, sembrano già un lontano ricordo.

♦ Come le avete vissute quest'anno? Siete riusciti ad assaporarle appieno o sono volate in un batter d'occhio e senza che ve ne accorgeste? 

Io ci pensavo proprio in questi giorni... all'inizio di agosto ho trascorso una settimana di esercizi spirituali in silenzio e, se guardo al tempo trascorso da allora, mi sembra... "pieno", quasi come se non fosse possibile che sia passato appena un mese! Eppure non è che abbia fatto "tante" cose. Quando mi sono accorta di questa sensazione, ho provato un grande stupore!

Per me che ho sempre avuto la sensazione che il tempo mi sfuggisse di mano senza che mi accorgessi dove fosse finito, è stata davvero un'esperienza strana... si usa dire che il tempo vola quando si sta bene, mentre non passa mai quando ci si annoia. Ma non è assolutamente questa la sensazione che ho in questi giorni, tutt'altro: se penso all'ultimo mese, mi sembra essere "durato" molto di più delle cinque settimane trascorse da quando sono partita per iniziare gli esercizi spirituali. E non perché la settimana di esercizi mi sembri ormai un lontano ricordo, non perché sembra che sia trascorso molto più tempo, ma perché è come se il tempo si fosse dilatato, si fosse espanso... quasi non credo di essere io a scrivere queste cose, forse neppure credevo potesse essere possibile fare un'esperienza del genere quasi senza aver fatto niente. Per dirlo con una parola, la sensazione che ho è che il tempo si sia "riempito", che mi abbia donato una vita piena... è questa, forse, la vita in abbondanza che il Signore ci promette? E cosa posso fare per far sì che questa esperienza non passi?

I ladri, infatti, non demordono facilmente: so che il tempo potrebbe tornare a sfuggirmi già domani. Ma se ripenso a queste settimane, un filo lo riconosco: lo spazio, piccolo ma pressoché quotidiano, che sto custodendo per la preghiera. Non riesco a spiegarmi come, ma è come se quel tempo trascorso con il Signore non me ne togliesse altro, anzi: è come se lo riempisse di valore e rendesse più leggero anche il resto! Come se la spesa, il lavoro, le commissioni da fare non mi assorbissero più tutte quelle energie che, di solito, invece, mi lasciano esausta e con quella sensazione di "non aver vissuto". Custodire quello spazio, giorno dopo giorno, potrebbe essere la forza che mi aiuta a tener lontano il ladro di tempo.

Purtroppo questi ladri sono diventati così "di casa", che quasi non mi rendo conto di quello che mi stanno portando via... Così mi sono chiesta: da cosa mi accorgo che sono venuti i ladri? Cosa mi manca per cui non sto più vivendo una vita in abbondanza? 

Mi è venuto in aiuto San Paolo: 

Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22) 

Quando ho quella sensazione di non aver vissuto, che il tempo sia passato "senza di me", provo generalmente tensione, agitazione, insofferenza... e se penso di dover fare tutto io, non lascio il posto allo Spirito — quasi gli dicessi: "Magari ripassa più tardi, non ho tempo ora per fermarmi ad ascoltare il tuo sussurro". Così questi frutti richiamati da San Paolo diventano per me un riferimento per capire se mi sto davvero lasciando attraversare dallo Spirito... 

♦ Quali sono, per voi, i segnali che i ladri sono già entrati? Quella tensione, quell'agitazione, quell'insofferenza che a volte non sappiamo nemmeno spiegarci? Oppure cos'altro? E cosa potete fare per riconoscerli in tempo, prima che vi portino via ancora un pezzo di vita?

mercoledì 19 agosto 2026

La gioia che non si spegne

State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie; esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono. (1Ts 5, 16-21)

Durante gli esercizi spirituali a cui ho partecipato all'inizio di agosto, a un certo punto ci è stato chiesto: quale Parola vorreste che gli altri vedessero in voi? Lo Spirito mi ha suggerito questo passo di San Paolo. Non ho avuto neppure un attimo di esitazione: quello che volevo mostrare, testimoniare, era la gioia del Vangelo. In quei giorni stavo sperimentando in prima persona quanto l'Amore del Signore potesse trasformare ogni cosa - ogni ferita, ogni sofferenza - in un'esperienza di benedizione e di grazia, e non potevo tacere questa condivisione. Mi dicevo: chissà quanti, proprio ora, sono nel pianto e potrebbero aver bisogno di vedere questa speranza. Ecco perché dovevo rendere testimonianza. E forse è per questo che ho scelto di scrivere un post su questo tema.

Perché possiamo essere lieti, davvero, sempre? Perché il Signore, con la sua resurrezione, ha vinto la morte ed è questo il lieto annuncio che siamo chiamati a testimoniare:

Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui. (Rm 6, 8-9)

Non è una gioia che dipende da come va la giornata. È una gioia che va oltre, una gioia che ha già vinto, una volta per tutte. 

Ultimamente, guidando, mi capita spesso di imbattermi in qualcuno che, spazientito dal caldo, taglia la strada o inchioda all'ultimo, magari distratto dal cellulare. Il mio istinto è quasi sempre lo stesso: strombazzare, quasi per redarguirlo. Ma in questi giorni mi sono fermata a pensare che, così facendo, non faccio altro che perpetuare la stessa prepotenza — con l'aggravante di sentirmi anche nel giusto. In fondo, cosa ci perdo a lasciarlo passare? Il suo atteggiamento non cambierà certo per un colpo di clacson in più; cambierà invece la mia giornata, un po' più avvelenata da quel colpo di clacson.

Quanto poco ci vuole, a volte, a incrinare qualcosa dentro di noi al punto da riversarlo sul primo che ci capita a tiro — e forse basterebbe altrettanto poco per fare la differenza opposta. Rivolgere un sorriso a una persona, anche a uno sconosciuto incrociato al supermercato o in fila alla posta, può fare la differenza: non sappiamo cosa stia vivendo chi abbiamo davanti, e accoglierlo con gioia magari può cambiare tutto, o può quantomeno alleggerirgli qualche minuto della sua giornata.

Nietzsche coglieva proprio questo punto:

I cristiani dovrebbero cantarmi canti migliori perché io impari a credere al loro Redentore: più gioiosi dovrebbero sembrarmi i suoi discepoli. (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno)

E aveva ragione! Che testimonianza posso dare della mia fede se poi, quando incrocio qualcuno per strada, sfogo su quella persona tutte le frustrazioni e le sofferenze che mi porto dentro? 

♦ Quando incrociate qualcuno domani, uscendo di casa, cosa vorreste ricevere da lui? E voi, cosa gli state davvero portando?

Noi, invece, siamo chiamati alla gioia! Questo, naturalmente, non vuol dire che non vivremo mai il dolore e la sofferenza, nè che dobbiamo ignorarli o far finta che non esistano, ma possiamo scegliere se attraversarli o lasciarci possedere da quel dolore. Cristo ha vinto la morte, e non solo per se stesso: per ciascuno di noi. Ecco perché San Paolo ci esorta:

Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino! Non angustiatevi per nulla, ma in ogni necessità esponete a Dio le vostre richieste, con preghiere, suppliche e ringraziamenti; e la pace di Dio, che sorpassa ogni intelligenza, custodirà i vostri cuori e i vostri pensieri in Cristo Gesù. (Fil 4, 4-7)

Quando vivo un dolore, può sembrarmi insormontabile, ma il Signore è vicino! Non devo portare quel dolore da sola: posso dividerlo con Lui, posso metterlo nelle Sue mani, e Lui custodirà il mio cuore e i miei pensieri, donandomi pace.

Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. (Gv 16, 24)

Affidiamoci al Signore, perché in Lui troveremo una gioia piena.

E allora, di fronte a questa grazia, come potremmo non essere felici? Essere cristiani vuol dire annunciare il Vangelo, portare a tutti questo lieto annuncio di risurrezione e di vita eterna. Queste mattine, quando esco per andare al lavoro, mi chiedo: come potrei essere testimone credibile, se io per prima non riesco a percepire e a incarnare questa gioia?

In passato mi è capitato spesso di lasciarmi prendere da preoccupazioni e ansie per il futuro o da nostalgia per periodi passati, e non mi rendevo conto che non stavo vivendo l'oggi, non vedevo quello che il momento presente mi stava offrendo. A questo proposito, il filosofo tedesco Kierkegaard diceva: 

Che cos'è la gioia, che cos'è l'essere gioiosi? È essere davvero presenti a se stessi. Ma l'essere davvero presenti a se stessi è questo "oggi", è essere oggi, essere davvero oggi. [...] La gioia è il tempo presente con tutta l'enfasi su: il tempo presente. (S. Kierkegaard, Il giglio nel campo e l'uccello nel cielo)

Quanto è vero! Ed ecco perché ho deciso che il mio proposito è quello di vivere pienamente il presente, senza lasciare che passi indifferente, invano; cerco di impegnarmi perché abbia un valore, anche piccolo, prestando attenzione alle persone che incontro, a quello che mi circonda, lasciando spazio alla contemplazione e allo stupore, perché mi attraversino senza lasciarmi indifferente, e alla fine della giornata rendo grazie al Signore per il dono della vita e per il pane quotidiano che mi ha donato.

♦ Quanto della vostra giornata di oggi avete davvero vissuto, invece di lasciarlo semplicemente passare?

E se manteniamo uno sguardo attento all'essenziale, possiamo riconoscere nel momento presente un kairós, quel tempo particolare che è più del tempo che scorre e basta (chronos): è il tempo dell'occasione, un tempo di grazia in cui Dio viene a visitarci e noi abbiamo la possibilità e l'opportunità di accoglierlo adesso, nella nostra quotidianità, insieme alle persone che incontriamo sul nostro cammino. Non è un tempo qualunque che si può rimandare a domani: è un qui e ora che non può essere dilazionato.

Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza. (2Cor 6, 2)

Questo momento favorevole è anche quello di cui si parla nel Vangelo di qualche giorno fa:

Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose: trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. (Mt 13, 44-46)

Mentre lo ascoltavo, mi immaginavo proprio la scena di quest'uomo che, pieno di gioia per il tesoro che ha trovato, senza esitare, magari saltellando per la strada, va, vende tutto e compra quel campo. Ha scoperto il senso, ha trovato qualcosa per cui vale la pena lasciare tutto per vivere per quel tesoro che può rendere la sua vita piena. E anche il mercante... è alla ricerca di perle preziose; in questa sua ricerca, che non sappiamo da quanto andasse avanti, ecco che inaspettatamente trova una perla di grande valore. Così anche lui, va, vende tutto e la compra.

Nessuno di questi due personaggi si mette lì a fare conti o valutazioni sulla scelta più opportuna da fare. Sono entrambi sicuri, non hanno esitazione, hanno trovato - chi forse inaspettatamente, chi durante una ricerca magari anche lunga e faticosa - quello per cui valga la pena vivere.

Certo, riconoscere il vero tesoro non è semplice: richiede quello sguardo attento per esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono. Ma quando lo riconosciamo davvero, non è più tempo di calcoli.

♦ Per cosa siamo disposti, senza esitare e pieni di gioia, ad andare e vendere tutto?

mercoledì 12 agosto 2026

Il chicco deve morire per moltiplicarsi

Sono passati davvero molti anni da quando ho scritto qui l'ultima volta. Questo blog è sempre rimasto nel mio cuore, ma si sa la vita com'è: cambiano tante cose, si va avanti... e questo spazio è rimasto in un angolo. Qualche volta mi veniva in mente qualcosa da scrivere, ma poi mi sembravano messaggi troppo semplici, forse non ancora abbastanza pregati, frutto più dei miei pensieri che dell'ispirazione dello Spirito Santo.

Eppure, oggi ho deciso di tornare a scrivere, non perché mi senta più pronta di allora, ma perché qualcosa, in questi giorni, mi ha spinta a farlo. E ho imparato — o forse sto ancora imparando — che il Signore fa affidamento su di noi proprio nella nostra imperfezione, nei nostri dubbi, mentre ancora siamo in cammino. 

Ecco ora il momento favorevole! (2Cor 6, 2) 

All'inizio di questo mese mi sono presa una pausa. Non le solite vacanze: una settimana di silenzio, di preghiera, con la Parola del Signore. Non scrivo questo per raccontarvi cosa ho "fatto" — perché in realtà quello che conta non è quello che ho fatto io, ma quello che è successo a me, e che forse può parlare anche a voi, indipendentemente dal fatto che siate credenti, in ricerca, o semplicemente curiosi di che cosa possa significare, oggi, "avere una vocazione", vivere una chiamata.

Provo a raccontarlo non come un traguardo raggiunto, ma come una serie di domande che si sono affacciate al mio cuore nella preghiera e che rilancio a chi legge.

Ti fidi di chi ti parla?

La prima cosa che mi è stato chiesto di fare, prima di qualsiasi altra, è stata semplicemente ascoltare: "Fidati di me, non temere: sono io che ti sto parlando." Non "fai", non "cambia" — fidati. Quando non so che pesci prendere e mi sento smarrita, la mia reazione istintiva è agitarmi e voler fare subito qualcosa: lasciar fare a Lui, restare ferma, è per me una sfida enorme. Mi sono resa conto di quanto la fiducia vera, quella che si traduce in un gesto concreto, come quella di Pietro, sia in fondo rara e così difficile da attuare:

Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. (Lc 5, 5)

Fidarsi non è un sentimento: è un rischio che ci si prende.

♦ C'è qualcosa, in questo periodo, che sentite chiamarvi a un atto di fiducia che va oltre la vostra logica?

Che ritmo hai?

Poi è arrivata una parola scomoda: "Non correre, sii paziente". Una cosa quasi ovvia da associare alla partecipazione ad un ritiro, specie di una settimana. Ma mi ha fatto vedere quanto, nella vita di ogni giorno, io dia per scontate tante cose: le persone, le giornate, anche le piccole cose belle che vivo nel quotidiano — un profumo mentre attraverso la strada, un fiore nuovo che è sbocciato... E quanto raramente mi fermi davvero a guardare — non a controllare, non a pianificare, solo guardare — quello che oggi ho intorno a me, lasciando spazio allo stupore.

♦ Che ritmo avete in questo momento? Cosa vi succederebbe se, per un attimo, smetteste di correre?

Chi sta al centro?

Da lì è arrivato il punto più scomodo per me, in una parola di Gesù che ancora mi interroga:

Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. (Mt 16, 24-25)

È facile dire "Dio al centro" come slogan. Molto meno facile per me è riuscire a vedere, uno per uno, tutti i piccoli centri alternativi che mi costruisco ogni giorno: il bisogno di controllo (controllo mille volte i conti perché tutto quadri), di riuscita (consegno un lavoro solo quando sono convinta che sia impeccabile), di essere vista in un certo modo (come quella sicura, preparata, che ha tutto sotto controllo) — e lasciare che vengano spostati, accettando che trattenere la propria vita per sè è, paradossalmente, il modo più sicuro che ho per perderla.

♦ Cosa occupa, davvero, il centro della vostra vita in questo momento — non quello che direste se ve lo chiedessero, ma quello per cui vi agitate davvero?

Cosa significa "rimanere"?

"Rimani nel mio amore. Io ti ho scelta perché porti frutto e il tuo frutto rimanga" (cfr. Gv 15, 9.16). Qui ho capito che la fiducia e il centro spostato non bastano, se non diventano una permanenza. Non un episodio di grazia isolato, ma un'abitazione stabile. È forse questa la mia sfida più grande: non l'entusiasmo di un momento, ma la fedeltà di restare.

Il chicco che muore

E poi la parola più esigente di tutte, quella che ho scelto come titolo per raccontare questo percorso:

Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. (Gv 12, 24)

Amare come ama Lui: non a parole, ma custodendo il cuore, lasciando che qualcosa di me muoia (le mie manie di perfezionismo, le certezze in cui mi rifugio, l'insicurezza nel mostrarmi fragile e vulnerabile) perché qualcos'altro possa nascere. Anche scrivere queste righe, in fondo, è già un piccolo morire: condividerle significa accettare il rischio di essere giudicata. Non è una metafora consolante. È una domanda che brucia: cosa, in me, deve ancora morire perché possa davvero amare?

E infine: uscire

Il percorso non si chiude su me stessa. Si chiude con un invio, sull'esempio di Abramo:

Esci dalla tua terra e dalla tua gente e vieni nella terra che io ti indicherò. (At 7, 3, che riprende Gen 12, 1)

Affida a me tutta te stessa, quello che sei e quello che hai, e io lo moltiplicherò, per donarti alle persone che incontrerai e che io ti affiderò. Quello che riceviamo non è per essere trattenuto, come ricordavano già i primi discepoli:

Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato. (At 4, 20)

Alla fine di questi giorni ho sentito forte questa stessa urgenza: condividere quello che ho vissuto, perché chi si riconoscesse in queste domande potesse sentirsi un po' meno solo e intravedere una strada possibile davanti a sé. La vocazione — qualunque essa sia, per ciascuno di noi — non è mai solo una questione personale: è sempre, in qualche modo, un dono da moltiplicare per altri.


Non ho scritto tutto questo per dirvi: guardate che bel cammino ho fatto. Ho scelto di scrivere questo post perché queste domande, nate in me nel silenzio e nella preghiera, credo riguardino chiunque si stia chiedendo, in questa stagione della propria vita, per che cosa sono qui. Non ho risposte da darvi: ho solo delle domande che mi hanno scomodata, messa in discussione, e che mi permetto di lasciare anche a voi, chiunque siate e qualunque sia il vostro cammino di fede o di ricerca:

♦ Di chi o di cosa ti fidi? A che ritmo stai vivendo le tue giornate? Chi sta al centro della tua vita oggi? Cosa deve morire in te perché qualcosa possa nascere? E cosa sei disposto a lasciare uscire di te, per essere dono per qualcun altro?